CARNEGIE HALL 1970 Recensione

Con una media di due nuovi album dal vivo all’anno, Neil Young non è certo tipo da carenza di iniziative. Ora, dopo aver avviato nel 2006 le “Official Performance Series”, nella sua enciclopedica opera di ristampa del proprio catalogo il rocker canadese ha inaugurato un nuovo filone con gli “Official Bootleg Series”, ovvero una collana di pubblicazioni ufficiali di quei concerti che negli anni sono già abbondantemente circolati in lungo e in largo tra i fan con registrazioni più o meno professionali.

Una serata di dicembre a New York

Seguendo per una volta un criterio cronologico, a dispetto di quanto fatto in precedenza con una sequenza numerale del tutto imprevedibile, il vecchio Neil ha dato alle stampe come primo volume di questa nuova serie proprio il numero uno, “Carnagie Hall 1970” e giusto per mettere in chiaro le cose ne ha annunciati nel mentre altri cinque. Così, a spuntare fuori dopo più di mezzo secolo, è la prima delle due esibizioni del 4 dicembre 1970, nonostante il concerto più noto fosse quello successivo.

“Ascoltando tutte le registrazioni, pare che tutti i bootlegger si siano presentati in sala solo per il secondo spettacolo”, ha precisato tramite il suo sito Young, che quel giorno tenne due set, uno alle 20 e uno alla mezzanotte: “Nessuno ha registrato il primo show, che fu anche la prima volta che misi i piedi sul palco della Carnagie Hall, cosa che fece esplodere la mia testa da venticinquenne”. Chiarendo poi: “Ho le registrazioni di entrambi i concerti e il primo - quello del quale non sono riuscito a trovare nessuna registrazione da parte di terzi - è senza dubbio il migliore. Ascoltandolo adesso, ho sentito delle cose nella mia voce che non avevo mai percepito prima, cantando quelle canzoni prima di registrarle in studio. Il concerto alla Carnagie Hall del 4 dicembre 1970 è davvero speciale per me”.

Pur essendo un nastro inedito a tutti gli effetti non si tratta certo del primo show del periodo 1970-71 a trovare posto nella sconfinata discografia di Young, perché negli anni sono già stati realizzati altri tre album dal vivo della stessa epoca, con “Massey Hall”, “Cellar Door” e l’ultimo “Young Shakespeare”, fresco di pubblicazione lo scorso marzo, mentre altri due sono stati già annunciati per i mesi a venire. Eppure, anche in tutta questa sovrabbondanza di uscite non mancano alcuni elementi di novità.

Neil il solitario

A differenza delle altre tornate, infatti, con “Carnegie Hall” abbiamo a che fare sì con un’esibizione intima e spoglia, ma in una location molto più impegnativa in termini di audience e di prestigio, quella del Carnagie Hall di New York, per giunta con un repertorio più variegato del solito. Mettendo così in fila canzoni che vanno dall’esperienza con i Buffalo Springfield alle sue prime uscite da solista e con i Crazy Horse, fino a quelle realizzate insieme a Crosby, Stills e Nash, l’irrequieto Neil offre al pubblico che ha affollato fino al tutto esaurito la venue di Manhattan il suo lato più intimo e poetico. Con l’unico sostegno della chitarra acustica, e talvolta del pianoforte, Young si espone quindi ai presenti senza eroismo o livori elettrici, bensì con un timbro carico di fragilità che comunica soprattutto la propria vulnerabilità.

In scaletta non mancano passaggi da “After The Gold Rush”, uscito appena due mesi prima, ma anche alcune anticipazioni da quello che sarà poi “Harvest”, così come altri inediti ai quali il musicista stava ai tempi lavorando con la consueta frenesia compositiva. Nel silenzio quasi religioso della Carnagie Hall prendono così forma in tutta la forza emotiva di voce e chitarra pezzi già noti, come altri nuovi e nuovissimi, quali “Only love can break your heart”, “Don't Let it bring you down”, “Tell me why”, o “Southern man”, e ancora “Cowgirl in the sand”, “Cinnamon girl”, “Old man” e “Dance dance dance”.

Nei novanta minuti in programma, Neil Young si mostra a proprio agio in quella situazione di performer solitario, raccogliendo il calore e gli applausi che l’intera sala gli riserva, come pure il religioso silenzio che accompagna l’esibizione. Qualcuno gli urla di parlare a voce alta durante la presentazione di “Wonderin’” - un altro dei nuovi brani in scaletta -, ma lui, nel suo solito borbottio ribatte che sta semplicemente parlando, altrove si concede una pausa per accordare la sua D-45, mentre attorno cresce l’attesa per il prossimo pezzo e si accendono nuovi slanci di entusiasmo quando arrivano degli instant classic come “Ohio” e “Helpless”.

Un momento irripetibile

Nonostante quella dei bootleg ufficiali sia una serie di album che per il suo stesso contenuto farà soprattutto la gioia degli estimatori più intransigenti, il concerto di “Carnagie Hall” riesce, in tutta la sua cruda essenza, ad essere il manifesto musicale di un momento irripetibile, mettendo in scena tutta la disarmante intensità di un ragazzo non ancora trentenne che stava vivendo in presa diretta la propria consacrazione artistica. In questo modo Neil Young ha lasciato entrare in scaletta le ombre lunghe di una voce in cerca di speranza e i riverberi malinconici della sua chitarra, mostrando - anche in una discografia in cui non mancano mai tasselli aggiuntivi di un intricatissimo percorso musicale - una forza interpretativa e una complicità con il pubblico del tutto sorprendenti.

Durante quella sera sembra fosse presente tra il pubblico anche un soddisfattissimo Jack Nicholson, che volle congratularsi con il canadese per il risultato raggiunto: “Hai fatto sold-out alla Carnegie Hall, amico!”. Con uno status di cantautore di spessore ormai pienamente conquistato, Neil Young darà il via a una delle sue fasi più prolifiche e turbolente, trasmettendo in ogni sfaccettatura possibile di folk e rock tutta la sua inquieta essenza. Sincero, profondo e sempre e solo fedele a una linea soltanto. La sua.

(Articolo originale su Rockol.it)

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