SEVENTEEN GOING UNDER Recensione

"The difficult third album", era la scritta che campeggiava anni fa sulla copertina di un collega cantautore inglese di  Sam Fender. Vale anche per il secondo album, soprattutto se l'esordio ti ha portato al 1° posto in classifica "Seventeen going under" certifica ce Fender è un ottimo e credibile interprete di una tradizione che si rifà a Springsteen e ai suoi eredi.

Basterebbe ascoltaer la traccia conclusiva "The dying light”, che chiude l’album: “un brano un po’ alla Thunder Road”, ammette Fender: piano alla “Jungleland” e la band che entra a tutto regime dopo sulla seconda strofa: “Un giorno sparerò i coriandoli sul palco a fine concerto, e sarà su questa canzone”, scherza. Poi racconta, a proposito del frequente uso del sax, che fa molto “E Street Band": "Il nostro sassofonista è un mio amico dall’infanzia. È arrivato tardi nella band, poco prima del disco, ma ne è parte integrante. È un disco che volevo suonasse da band, e il sax è fondamentale”

Se c’è un riferimento ancora diretto, però, è quello agli springsteeniani di seconda generazione: i Killers, gli Arcade Fire e soprattutto i War On Drugs (“Adam Granduciel è uno dei miei eroi - stavamo per collaborare, poi non siamo riusciti”, racconta). E se le influenze sono evidenti, quello che è cambiato rispetto al primo album è la maturità compositiva: “Ho imparato a scrivere meglio canzoni. Older, not so wiser”, scherza. “A 20 anni scrivi canzoni pensando di sapere tutto, e poi arrivi a 25 anni e capisci di non sapere un cazzo. Ho scritto 60 canzoni per questo album, una fottuta vagonata. Ma ho imparato a maneggiare meglio lo studio: in una canzone sono arrivate ad usare 160 tracce audio, suona come una canzone dei film di James Bond, ma parla del fatto che per risolvere tutto questo casino ci vorrà un sacco di tempo”.

“Sono più orgoglioso di questo disco che del primo”, chiosa Fender. “Lavorarci durante il lockdown l’ha reso un disco personale: normalmente scrivo sulle cose che vedo in giro, ma in questo caso eravamo chiusi in casa. Non è un disco sul lockdown, però. Credo che nessuno voglia più sentire canzoni sul Covid. È un disco sul crescere, sull’autostima, sul guardarsi dentro. C’è qualche accenno politico alla polarizzazione e alle disparità economiche, e cose più personali”, spiega.

In generale “Seventeen going under” suona sempre rock, ma più maturo appunto, con canzoni che variano dal crescendo ("Get you down") al mid-tempo "Long way off", alla ballata. Il disco precedente, "Hypersonic missiles", arrivò al primo posto delle classifiche inglesi e "Seventeen going under" probabilmente farà lo stesso: è un buon segno a prescindere. I discorsi sulla rinascita e sul futuro del rock facciamoli pure, per passare il tempo: l'importante è che questa musica non sia fatta solo da chi sta negli "anta", ma che venga presa, rimasticata, risuonata e rielaborata dai 20enni. In questo campo, Sam Fender forse non sarà il futuro del rock, ma è passato da promessa a certezza.

(Articolo originale su Rockol.it)

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