THE NEARER THE FOUNTAIN MORE PURE THE STREAMS FLOWS Recensione

Non c’è l’alter ego cartoonesco, nessuna luce accecante e neppure una pista da ballo. L’Africa è un ricordo, il viaggio, questa volta, parte da un’isola. “The nearer the fountain, more pure the stream flows”, il nuovo disco solista di Damon Albarn, realizzato durante il lockdown, ispirato dai paesaggi islandesi, è intimo, riflessivo e struggente.

Natura selvaggia

Dentro, se dovessimo cercare dei riferimenti, c’è il minimalismo elettronico e oscuro di Brian Eno, la volontà di mettere le mani nei sentimenti di Nick Cave, l’amore per il connubio fra voce e sound jazz di un certo filone di David Bowie, e soprattutto l’estro di un artista che ancora una volta non ama ripetersi. Al rumore e al chiasso di quel periodo storico, in cui tutti sentenziavano e profetizzavano il futuro attraverso i social, Albarn si è nascosto e rifugiato nel silenzio confortante della natura dove ogni parola va soppesata e i pensieri diventano giganti. L’artista è una mente musicale sempre in movimento, alla ricerca di qualcosa di nuovo: questo disco lo dimostra.

Membro fondatore dei Blur, dei Gorillaz e dei The Good, The Bad & The Queen, ha ricevuto sei Brits, due Ivor Novello Awards e un Grammy Award. Basta, però, tirare in ballo il Britpop. Basta, almeno per questa volta fare parallelismi o riaprire vecchi cassetti. Ne ha scritto pagine importanti di storia, è vero, ma ha saputo anche distaccarsene eccellendo in tanti generi e ambiti diversi. “The nearer the fountain, more pure the stream flows” restituisce la figura di un cantautore impegnato, che ha voglia di sperimentare e che sa emozionare: la title track si muove proprio su questo territorio. Ci sono anche episodi più scanzonati come “Royal morning blue”, ma la luce filtra solo a tratti come dimostra l’immediata e cupa “Daft wader”.

Una luce oltre il buio

Lo scorso anno durante il lockdown, Albarn si è riavvicinato alla musica, dando vita a undici tracce che esplorano tematiche come la fragilità, la perdita, la nascita e la rinascita. Sono tante in realtà le chiavi di lettura: dentro affiora anche il tema del clima e del cambiamento, per questo motivo sarebbe sbagliato fossilizzarsi solo su una chiave interpretativa. Le parole e le storie si muovono selvagge, venate da una certa malinconia, ma mai ingabbiate dalla rassegnazione come suggerisce il brano di chiusura “Particles”. Albarn rivela: “Ho attraversato un momento buio mentre scrivevo questo disco, però mi ha portato a credere che può ancora esistere una sorgente pura”.

Un grande cantautore

Il risultato è una raccolta di testi in cui l’artista si presenta come uno storyteller, un cantautore di spessore, proprio come già avvenuto in “Everyday robots”, uscito di sette anni fa. L’album prende il titolo da “Love and Memory”, una poesia di John Clare. In una carriera già dedita alla continua esplorazione, con questo nuovo lavoro, Albarn si spinge ulteriormente oltre: arrangiamenti orchestrali si intrecciano a melodie intime che solcano un tempo sospeso e trovano un equilibrio in una discordanza che ha qualche cosa di maestoso.

Il tutto viene accompagnato da alcune performance vocali di rarissima intensità. Non è un disco semplice, perché la vita e la natura non possono essere semplici. Proprio come la bellezza e il caos del mondo naturale a cui fa da colonna sonora, “The nearer the fountain, more pure the stream flows” documenta lucidamente il flusso emotivo della condizione umana in tutti i suoi estremi.

TRACKLIST
01. The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows
02. The Cormorant
03. Royal Morning Blue
04. Combustion
05. Daft Wader
06. Darkness To Light
07. Esja
08. The Tower Of Montevideo
09. Giraffe Trumpet Sea
10. Polaris
11. Particles

(Articolo originale su Rockol.it)

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