THE BRIDGE Recensione

A quanto pare un giorno il signor Gordon Sumner, per tutti semplicemente Sting, si è trovato a fischiettare sovrappensiero un allegro motivetto senza darsene particolare cura. Quell’improvvisato gesto artistico ha però dato il primo segnale di un arioso “If it’s love”, singolo di apertura del suo quindicesimo album di inediti. Così, se in molti sembrano dannarsi e ridannarsi l’anima per trovare le melodie giuste, al musicista britannico le intuizioni paiono prendere forma in modo del tutto naturale.

Nel nuovo “The Bridge”, l’ex Police mette in fila dieci brani - che arrivano a tredici nell’edizione deluxe, tra le quali spicca anche una distesa versione del classico di Otis Redding “Sitting on the dock of bay”, mentre per il mercato giapponese è prevista anche una quattordicesima traccia extra, “I guess the Lord must be in New York City” -, raccolte durante un periodo caratterizzato da una pandemia globale, dal confinamento personale e da uno straordinario tumulto sociale e politico. L’idea del ponte che suggerisce il titolo stesso del disco è proprio quello di mettere in comunicazione tutte le possibili sponde in cui ci si può trovare mentre si è bloccati nel mezzo di qualcosa, tra stati mentali, fisici, psicologici e quant’altro queste circostanze hanno inevitabilmente provocato.

Passaggi tra mille sfaccettature

A differenza però di un paio di prove piuttosto controverse, nel successore a pieno titolo di “57th & 9th” del 2016, Sting abbraccia un sound sinuoso, pieno di sfumature differenti ma anche del tutto caratteristiche. Emergono quindi in tutto “The Bridge” i tratti distintivi di un divulgatore pop a cavallo tra swing, jazz e folk che sembrano in qualche modo condensare le mille sfaccettature di una carriera capace di attraversare ormai mezzo secolo.

Si passa in questo modo dalle atmosfere irrequiete dell’iniziale Rushing Water, ai crucci sentimentali raccontati in “Loving you”, in cui l’autore si trova a riflettere sulla fine della propria relazione - “Abbiamo fatto voti all'interno della chiesa di perdonare i peccati dell'altro, ma ci sono cose che devo sopportare, come l'odore della pelle di un altro uomo / Se questo non è amarti, non so cosa sia”. Ancora, non mancano le ballate agrodolci come “For here love”, o una “Harmony road” impreziosita dal sassofono di Brandon Marsalis. E poi, un immaginario variegato in grado di mettere insieme la ricercata eleganza delle spazzole che battono il tempo di una “The bells of St. Thomas” ispirata a un quadro di Rubens, fino alle suggestioni celtiche richiamate con forza in “The hills of the borders”.

L'anima decisa di un cantastorie 

Evidentemente la parte più avventurosa di Sting è parte integrante di altri album, ma in “The Bridge”, il cantante e bassista si mostra di certo più deciso, lasciandosi ispirare da quanto gli stava vorticando intorno, tanto da ricavarne in ultimo una quadra che in altre uscite sembrava piuttosto compromessa. Trovando un equilibro tra meditazioni personali, strumentazioni acustiche e perfetti ganci radiofonici, le canzoni che compongono l’album mettono bene in risalto l’anima più sofisticatamente pop dell’artista, senza rinunciare a quel suo tocco prezioso da cantastorie d’altri tempi. Con queste canzoni Sting traccia quindi un collegamento diretto tra il proprio straordinario passato e un presente ancora tutto da inventare. Un ponte, insomma.

(Articolo originale su Rockol.it)

Torna

Tutto su Sting