Brilliant Adventure (1992 – 2001) Recensione

Per la quinta volta a partire dal 2015, La Parlophone "regala" ai fan più particolarmente devoti del Duca Bianco la possibilità di agguantare un altro corposo cofanetto, di fatto il quinto di una serie di box-set portati alla luce dall'etichetta per onorare, all'insegna di un preciso ordine cronologico, la carriera del cantante. Dopo 'Five Years (1969–1973)', 'Who Can I Be Now? (1974–1976)', 'A New Career in a New Town (1977–1982)' e 'Loving the Alien (1983–1988)', tocca ora a 'Brilliant Adventure (1992–2001)', operazione atta a scandagliare quella parte di carriera di Bowie che va dal 1992 al 2001, periodo più comunemente considerato dagli "analisti" come un rinascimento artistico dopo un più incerto colpo di testa con i Tin Machine, di cui l'artista si era reso protagonista in veste di frontman.

 

Una "brillante avventura", dal prezzo discutibile, comprendente undici CD (o in alternativa diciotto LP)

Non sarebbe errato, per certi versi, intravedere in manovre come 'Brilliant Adventure' la volontà di continuare a lucrare biecamente su un artista deceduto; il tutto potrebbe apparire antitetico rispetto all'idea stessa di celebrare il medesimo, se non fosse che la qualità resta appetibile e in linea generale piuttosto esauriente. Presentato con una copertina raffigurante un inquietante sketch del volto di Bowie, qui messi al centro ci sono quegli album, riproposti in versione rigorosamente remaster, forse non così facili da comprendere appieno, nondimeno singolari per stile e proposta: l'interessante 'Black Tie White Noise'; il sottovalutato 'The Buddha Of Suburbia'; il concept '1.Outside' (il primo dai tempi di 'Diamond Dogs'); il discreto 'Earthling' e insieme il meno raggiante 'Hours', dove Bowie, accantonati i suoi sfizi elettronici, andava ricongiungendosi a una più pacata forma canzone. In aggiunta a quanto appena descritto, 'Brilliant Adventure' incorpora una versione "uncut" del bel live al BBC Radio Theatre del 2000 (in precedenza apparso su 'Bowie at the Beeb'), più una compilation non proprio indispensabile a titolo 'Re: Call 5', annoverante vari edit di singoli, b-side e quant'altro. Sopra ogni cosa, però, oltre a un libro ornato di copertina rigida e riempito di scatti fotografici e contributi scritti e firmati da alcuni dei collaboratori storici del Duca (da Brian Eno a Nile Rodgers, da Reeves Gabrels al produttore Mark Plati), la vera sorpresa del box-set, se vogliamo, risiede nel fatto di svelare finalmente il cosiddetto "album perduto" di Bowie, quel "Toy" di cui una versione virtuale era già stata fatta circolare a partire dal 2011.

 

La materia di 'Toy'

Dopo una trionfante esibizione al festival di Glastonbury nell'estate del 2000 (dove per l'occasione il cantante ebbe a sfoggiare una capigliatura lunga quasi quanto  quella dei tempi di 'The Man Who Sold The World'), Bowie entrava in studio con Mark Plati scortato da una delle sue migliori formazioni (quella comprendente Sterling Campbell, Gail Ann Dorsey, Earl Slick, Mike Garson, Holly Palmer e Emm Gryner) per incidere un lavoro che in larga parte avrebbe compreso rifacimenti di suoi vecchi brani compresi tra il 1964 e il 1971. Sfortunatamente, come lo stesso Bowie fece sapere via chat durante una conversazione coi fan datata 2001, la sua etichetta di allora, la EMI/Virgin, ebbe qualche problema di carattere gestionale, al punto che 'Toy', questo il titolo pensato per l'album, finì per rimanere in una condizione di stallo. Differentemente dalla versione del 2011, la tracklist ufficiale di 'Toy' presenta un ordine diverso escludendo due dei suoi quattordici brani, seppur ripristinando la copertina originariamente proposta dal cantante (che vede il suo viso adulto sovrapposto a quello di un lui infante). La stile esecutivo dei brani ci rimanda un po' a quello dei due ultimi album che avrebbero anticipato il lunghissimo silenzio discografico prima dell'inaspettata release di 'The Next Day', ovvero il già citato 'Heathen' (che dal materiale di 'Toy' riscatterà "Afraid" e "Uncle Floyd", poi rititolata "Slip Away") e il suo successore 'Reality' (che per chi scrive contiene una delle migliori perle bowieane: "The Loneliest Guy"). "Shadow Man", piano ballad risalente, pare, a un periodo molto vicino a quello di Ziggy Stardust, rasenta forse il punto più commovente dell'intero 'Toy'; di livello è anche "Hole In The Ground", già avvistata all'interno del box-set del 2019, 'Conversation Piece'. Per il resto, nelle varie riletture di "I Dig Everything", "The London Boys" e via discorrendo, senza dimenticare l'inerte title track "Toy (You Turn To Drive)", non vi è molto altro che possa condurre a un condizione sensoriale particolarmente estatica.

La ristrutturazione di 'Toy', in ogni modo, resta operazione onorata, e il 7 gennaio l'album uscirà separatamente in una data che anticipa di un giorno la ricorrenza dei natali di David e insieme la messa in atto di 'Blackstar', il suo sacrale, ventiseiesimo album terminale.

(Articolo originale su Rockol.it)

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