Imposter Recensione

Per il suo terzo album con i SoulSavers – dopo "The Light and the Dead See" (2012) e "Angels & Ghosts" (2015) - Dave Gahan si concede, con "Imposter", di mettersi alla prova misurandosi e rivisitando dodici brani scelti nei repertori di colleghi più o meno illustri. Prima o dopo, la tentazione di cimentarsi con un intero disco di cover giunge quasi inevitabile per ogni musicista. Il frontman dei Depeche Mode ha spiegato così il suo sentimento verso le canzoni altrui, illustrando in questo modo l'intento che sta dietro a questo lavoro: “Quando ascolto le voci e le canzoni delle altre persone – e più precisamente il mondo in cui le cantano e interpretano le parole – mi sento a casa. Mi ci identifico. Mi dà conforto più di qualsiasi altra cosa. Non c’è un solo artista all’interno del disco che non mi abbia fatto commuovere. So che abbiamo realizzato qualcosa di speciale."

Le cover esigono rispetto

E poco importa se questa del musicista britannico è una dichiarazione onesta e sincera oppure solo di facciata per promuovere l'album, ciò che a noi deve importare per davvero è il risultato finale e quello, venga riportato immediatamente agli atti, è di grande soddisfazione. Premesso che ogni disco è una camminata a grande altezza sulla fune quasi sempre senza una rete al di sotto a porre rimedio ad un eventuale passo falso; la realizzazione di un disco di cover nasconde ulteriori insidie: se da una parte l'interprete di turno ha la possibilità e il conforto di poter scegliere brani che si immagina gli possano calzare a pennello, dall'altra lo espone agli inevitabili paragoni con gli originali. Soprattutto quando questi sono di un certo lignaggio.

Questione di carisma, oltre che di voce

Gahan ha classe e capacità in abbondanza per fornire una prova molto più che degna e le sue interpretazioni riescono a donare ulteriore linfa ai dodici brani che compongono la scaletta di "Imposter", o perlomeno a regalarne una nuova visione donando loro nuove interessanti profondità. Lungo tutto il disco, partendo dalla prima canzone in tracklist, ovvero “The Dark End Of The Street”, brano soul scritto da Chips Moman e Dan Penn per James Carr nel 1967, fino alla sontuosa chiusura con "Always On My Mind", resa immortale da Elvis Presley, i SoulSavers e il loro cantante non sbagliano un colpo muovendosi agilmente sul filo del sentimento e rendendo omaggio al lavoro, tra gli altri, di Neil Young, Bob Dylan, PJ Harvey, Cat Power, Mark Lanegan e Jeff Buckley.

Mago, illusionista, impostore

La buona riuscita dell'album è stata favorita anche dal modus operandi usato per dare vita al disco, un modus operandi forse old school, ma di certo entusiasmante. “Questa è stata la prima volta che ci siamo ritrovati tutti in un posto. È stata anche fortuna… arrivare a Shangri-La ogni giorno era magico. Prendevamo un caffè, entravamo e ci mettevamo a lavorare”, ha spiegato Gahan, che è sì un 'impostore', come suggerisce il titolo dell'album e come un poco deve essere ogni grande artista. Certamente quelle che propaganda non sono menzogne, ma magie di prim'ordine. Del resto da Dave Gahan non ci si può attendere di meno, lui è un fuoriclasse sempre, sia che a spalleggiarlo vi siano i Depeche Gore e Fletcher, oppure, in questo caso, il meno noto Rich Machin. Insomma, "Imposter" è un grande disco di cover.

(Articolo originale su Rockol.it)

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