Subsonica

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I Subsonica sono tornati! Dopo le esperienze da solisti dei vari membri della band e quattro anni di distanza dal precedente lavoro, hanno pubblicato l’album 8, non a caso l’ottavo album della band. Dopo un tour nelle principali città europee, i Subsonica tornano anche nei palazzetti italiani a partire dal mese di febbraio. Di questo e anche di altro abbiamo parlato con Boosta, il tastierista della band.

D: Finalmente siete tornati per la gioia di tutti i vostri fan! E avete fatto le cose in grande…le proiezioni sui Navigli, la presentazione del disco a Castel Del Monte, l’ascolto del nuovo album al buio…cosa altro dobbiamo aspettarci? Avete in serbo altre sorprese?
R: I Subsonica hanno sempre realizzato dischi con l’obiettivo di poterli portare sui palchi di tutta Italia e anche su quelli oltre i suoi confini. Per questo motivo, nel momento in cui abbiamo trovato le energie e il desiderio di lavorare a un ottavo disco, ci siamo rimessi in moto nel miglior modo possibile. La presentazione del singolo Bottiglie Rotte sui Navigli a Milano è sicuramente stato un primo episodio di questa grande esperienza, a cui sono seguiti la conferenza stampa a Castel del Monte e il Tour Europeo. Ci saranno ancora tantissime soprese, perché la vita dei Subsonica e, quindi, la vita del nostro disco è sicuramente fatta per stare sul palco (e non solo).

D: “8” è l’album che segna il ritorno dei Subsonica dopo un periodo di pausa e sperimentazione personale. Questa “separazione” come ha influito sul nuovo disco? Pensate che le sperimentazioni personali abbiamo dato valore aggiunto a questo lavoro?
R: La magia di far parte di un gruppo che è un gruppo a tutti gli effetti è incredibile! Singolarmente ci dedichiamo a esperienze personali che necessariamente arricchiscono e hanno arricchito il progetto dei Subsonica in questi 20 anni. Probabilmente, se ci fossimo sempre concentrati solo su una stessa cosa, non avremmo trovato le energie per continuare a farla durante questi 20 anni. Ogni volta che realizziamo un disco lo facciamo perché desideriamo tornare insieme a lavorare e ciò che ha segnato il nostro percorso personale inevitabilmente viene condiviso all’interno del gruppo. I Subsonica rappresentano un’entità a parte rispetto a ciò che ogni suo singolo membro è stato: qualunque sia la nostra ispirazione, essa non si concretizza mai nella stessa forma in cui l’abbiamo immaginata. Ogni volta che pensiamo al disco, ognuno di noi lo immagina in maniera differente rispetto all’altro, ma la somma delle individualità porta a un risultato che non è necessariamente quello che ci si aspetta all’inizio, anche, e soprattutto, in virtù dei nostri personali percorsi.

D: “8” è appunto l’ottavo album dei Subsonica arrivato a 4 anni di distanza di “Una nave in una foresta”. Dietro ogni nuova uscita c’è tanto lavoro, ricerca, sperimentazione, ma c’è un album a cui siete particolarmente affezionati?
R: Sono tutti figli nostri, quindi siamo affezionati a ogni disco dei Subsonica. Naturalmente, quello che segna la contemporaneità è quello a cui teniamo di più adesso. Gli altri faranno sempre parte del nostro percorso e rappresentano pezzi importanti della nostra storia, ma ora ci sentiamo perfettamente rappresentati da 8, che è il disco che sta raccontando i Subsonica in questo momento. L’album unisce elementi del suono caratteristico dei Subsonica del passato, unito a suoni del presente, con qualche ampio spiraglio di suono legato al futuro.

D: Non siete nuovi alle collaborazioni. Negli album precedenti ci sono stati Morgan, Daniele Silvestri, Franco Battiato, Michelangelo Pistoletto e adesso Willie Peyote. Come scegliete le vostre collaborazioni? E c’è ancora qualcuno con il quale vi piacerebbe incidere un singolo?
R: Ogni partecipazione altra nel disco dei Subsonica è dettata semplicemente dalla stima e da una coincidenza dei tempi. Non esiste mai nessun calcolo dietro. È stato così per i Blue Vertigo, per Daniele Silvestri e anche per Michelangelo Pistoletto, con cui la collaborazione si è spinta oltre i confini della musica. Willie è di Torino ed è un personaggio che amiamo moltissimo: è un artista vero, che riesce a fare del proprio pubblico comunità. Credo si sarebbe trovato molto bene nella Torino degli anni Novanta in cui siamo nati.

D: Vi siete esibiti in diverse location: festival e arene estive, club, palazzetti e avete dichiarato che per voi “Il concerto è uno spazio sacro” infatti durante i vostri concerti riuscite sempre a regalare delle esperienze uniche. Come costruite i vostri live? Pensate che ci siano delle canzoni del vostro repertorio che determinino la riuscita o meno del concerto?
R: Ormai penso ci siano più o meno un centinaio di pezzi da cui attingere. Sicuramente, come accade per tutti i gruppi che hanno una storia lunga, il pubblico si aspetta di ascoltare i brani a cui è più affezionato. Succede anche a noi nel momento in cui, da spettatori, andiamo ad assistere a un concerto. Nella costruzione della scaletta, cerchiamo sempre di creare una sorta di percorso. Si tratta realmente di uno spazio sacro, di una piccola celebrazione laica che ha la necessità di essere scandita attraverso tempi precisi. Ci sono i tempi in cui si urla e si balla, ci si sfoga, i tempi pensati per riflette, momenti in cui ci si ferma e si riparte. La costruzione di una scaletta non si riduce mai a una somma di canzoni, è molto di più: significa guidare il pubblico e guidare te stesso che sei sul palco, lungo una sorta di corso d’acqua in cui si parte da una montagna, che rappresenta l’inizio del concerto, per poi giungere a valle tutti stremati e felici, come noi ci auguriamo.

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